Cinzia Franchini: ‘Ne vale la pena’

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Chi è Cinzia Franchini, la candidata sindaco di Modena Ora?

Ci sono parole che ricorrono nel suo vocabolario. Un vocabolario modenese, gentile, ma che, allo stesso tempo, non lascia spazio a molte distrazioni. Cinzia Franchini è stata la prima presidente nazionale donna di una associazione di categoria di autotrasportatori, la Cna-Fita. Eletta a giugno 2011 e riconfermata per il secondo mandato a ottobre 2013, fino allo scorso anno. In sei anni si è impegnata non solo sul fronte strettamente della rappresentanza, ma anche su quello della legalità. Un lavoro che le è costato minacce, proiettili recapitati alla sede modenese della Cna e una diffidenza, sfociata in alcuni casi nell’isolamento, anche all’interno dell’associazione, tra i suoi stessi colleghi. Isolamento peraltro denunciato con franchezza.

Il vocabolario dicevamo.

C’è la parola ‘responsabilità’ in quel vocabolario. La responsabilità che l’ha portata, ad esempio, a rinunciare nel 2014 a una candidatura nel consiglio regionale emiliano-romagnolo per continuare il suo lavoro gratuito alla guida della Cna-Fita (i due ruoli in base allo statuto Cna erano incompatibili).

C’è la parola ‘battaglia’, quella ad esempio che l’ha vista avanzare una proposta sulla riforma dei pedaggi autostradali in netto contrasto con gli interessi dei vari Consorzi di servizi (su tutti il ‘Fitalog’ dell’eterno Enrico Bini) che di quei pedaggi ci campano.

C’è la parola ‘carattere’ quello affiancato all’aggettivo ‘brutto’ con il quale viene additata da una fetta (precisa) di politici, ma soprattutto quello che le ha permesso di denunciare in più occasioni le storture e le contraddizioni interne alla stessa Cna, modenese e nazionale. Una Cna della quale per prima, Cinzia Franchini, denunciò i conti in rosso della passata gestione. Conti che hanno poi portato a un profondo e repentino cambiamento ai vertici dell’associazione e alle dimissioni della vecchia dirigenza.

Poi, certo, nel vocabolario di Cinzia Franchini ci sono anche le parole ‘legalità’, ‘antimafia’. Ma usate con attenzione e dosate. Perché sono parole troppo facili e banalmente storpiate. Parole a volte, purtroppo rubate, come lei stessa spiega, da chi le usa per proprio tornaconto o per costruirsi una carriera. La sua Cna-Fita si è costituita, prima associazione di autotrasporto in Italia, parte civile al processo Aemilia, quello che ha messo in luce i legami tra la ‘Ndrangheta e una parte di imprenditoria e politica. E, ancor prima, sempre dalla presidenza Fita, nel 2011 nei mesi drammatici del fermo dei trasporti e della ascesa dei Forconi in Sicilia denunciò il movimento dell’allora leader Mariano Ferro. Una denuncia che – come detto – le costò minacce e isolamento.

C’è anche la parola ‘percorso’. Il percorso che ha portato Cinzia Franchini, dopo i sei anni alla guida dell’associazione nazionale dei trasportatori Cna, a lasciare la Cna stessa. Senza polemiche, accettando che il Consiglio nazionale Fita bocciasse alla scadenza del suo mandato una modifica dello Statuto inserendo un articolo specificatamente anti-mafia e che avrebbe impegnato l’associazione a ‘costituirsi parte civile ogni qualvolta dai reati contestati agli imputati derivi un danno alla associazione’. Il percorso che, contemporaneamente all’uscita dalla Cna, l’ha spinta ad impegnarsi a livello modenese, riaccendendo una voce di informazione libera (divenendo coeditrice del quotidiano La Pressa nato sulle ceneri di un quotidiano cartaceo), e a livello nazionale a impegnarsi all’interno della nuova associazione di autotrasporto (Alis) creata dall’armatore Grimaldi.

E infine la parola ‘coraggio’ che non è affatto il contrario di ‘paura’, ma che anzi è complementare alla paura. Non è inconsapevolezza, ma è la piena consapevolezza di avere paura che si abbina però alla volontà di non esserne vittima. Coraggio non solo nel denunciare le infiltrazioni nel mondo dell’autotrasporto, ma coraggio – soprattutto – nel denunciare un sistema di potere locale (di cui la Cna fa parte) che con la mafia non ha a che fare, ma che quando si sente attaccato fa di tutto per difendersi e per autogiustificarsi. Un sistema modenese fondato su una gamba economica (cooperativa ma non solo), una istituzionale e una politica rappresentato dal mondo del centrosinistra, ma che coi valori tradizionali della sinistra ha ben poco a che fare. Un sistema sempre più debole, visto il contesto politico, ma proprio per questo sempre più arroccato su se stesso e pronto a marginalizzare le voci dissonanti. Coraggio anche nel sottolineare i limiti di alcuni totem della legalità, pur importanti ma non per questo inattaccabili. A partire da Libera.

A novembre 2017 al processo Aemilia la difesa ha citato anche il mio nome al pentito Antonio Valerio nell’elenco di coloro che subirono minacce e atti intimidatori tra il 2010 e il 2012 ricordando i proiettili che mi vennero recapitati nell’ aprile 2012 (poi indirizzati anche a casa del mio avvocato il 25 luglio 2014); minacce che ricevetti dopo le mie denunce sui rilevanti interessi di alcune famiglie mafiose nelle associazioni di rappresentanza e nei consorzi di servizi a loro riferibili. Rileggere il mio nome associato a quei fatti è come riscoprire una paura. Perché di fronte alle minacce, ai proiettili anonimi, alle intimidazioni io – lo dico senza vergognarmi – ho avuto paura. E quel tuffo al cuore l’ho rivissuto oggi. Per un attimo. Ma allora come oggi penso che cedere alla paura significhi arrendersi e fare la gioia di chi quella paura la vuole seminare e coltivare. E così, allora come oggi, l’ho soffocata sul nascere quella pianta malata della paura, continuando in buona fede a dire e fare quello che pensavo fosse utile per contribuire a una cultura della legalità nel mondo, l’autotrasporto, e nei mondi, in cui mi trovavo. Senza atti di coraggio. Semplicemente facendo quello che ritenevo giusto.
Ecco il mio mondo professionale allora era la Cna, quello di riferimento culturale era Libera, l’associazione anti-mafia guidata da Luigi Ciotti. Io da entrambi questi mondi sono stata isolata. Lo dico senza alcuna forma di vittimismo, tutt’altro, ma solo per fotografare la realtà. Lo dissi in seguito all’udienza in Commissione anti-mafia, la Cna mi lasciò sola (i fatti lo dimostrano) e oggi aggiungo, a malincuore, mi sono sentita tradita anche da Libera. E fa male dirlo, fa male ammetterlo. Ma per chiudere un discorso, per citare il titolo del primo convegno nazionale da me organizzato sulle infiltrazioni mafiose nell’autotrasporto e nella logistica, alla presenza proprio di Don Ciotti, più volte ripetuta… Perché Tacere?
Perché tacere di una associazione anti-mafia che non accetta di essere sfiorata dalle critiche, che di fronte a chi solleva domande e perplessità risponde con la censura e l’isolamento? Perché tacere dei tanti professionisti dell’antimafia che promuovono iniziative, protocolli, assegnano bollini, ma che di fronte a questioni di opportunità, a domande su incarichi retribuiti, si celano nel silenzio e attaccano la loro “A scarlatta” su chi cerca solo di capire? Perché tacere sull’opportunità di continuare a pensare che l’anti-mafia sia una sorta di giudice che distingue i buoni dai cattivi (purtroppo a volte a seconda della convenienza), un giudice da usare magari in campagna elettorale (e vediamo quanto alle elezioni in Sicilia questo tema sia stato cavalcato a mo’ di slogan da tutti i candidati, indipendentemente dai programmi e dalle persone in lista). 
L’anti-mafia, per quel poco che umilmente ho potuto sperimentare, è una cultura che nasce dalla libertà, dal desiderio di libertà che scavalca i recinti del conveniente, delle appartenenze forzate, del ‘questo non si dice’. Quella cultura io continuo a coltivarla consapevole che la mafia è la mafia, ma che i metodi mafiosi purtroppo non sono solo appannaggio della mafia. 
E’ in questa zona grigia, in questo pantano indefinito che cresce quella commistione tra criminalità organizzata-affari e politica. Dove è difficile distinguere dove finisce la prima e inizino la seconda e la terza. Ecco se il tuffo al cuore per quei proiettili di 5 anni fa ormai l’ho superato e vinto, se il pentito ndranghetista non mi fa paura, se quella pianta della paura è stata uccisa, davanti a questa nuova zona grigia io oggi continuo a sentirmi indifesa e spaventata. E lo ammetto”.

E la storia professionale di Cinzia Franchini si intreccia ad almeno tre temi centrali per il nostro paese: il tema della rappresentanza, quello della legalità e quello della informazione libera (o imprigionata, dipende da che punto la si voglia guardare), libera anche di criticare i totem dell’antimafia. Tre temi (rappresentanza, legalità e informazione, strettamente connessi tra loro).